La` su` di sopra, in la vita serena , rispuos'io lui, mi smarri' in una valle, avanti che l'eta` mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle: questi m'apparve, tornand'io in quella, e reducemi a ca per questo calle .

Ed elli a me: Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto, se ben m'accorsi ne la vita bella;

e s'io non fossi si` per tempo morto, veggendo il cielo a te cosi` benigno, dato t'avrei a l'opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno che discese di Fiesole ab antico, e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si fara`, per tuo ben far, nimico: ed e` ragion, che' tra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; gent'e` avara, invidiosa e superba: dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba, che l'una parte e l'altra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco l'erba.

Faccian le bestie fiesolane strame di lor medesme, e non tocchin la pianta, s'alcuna surge ancora in lor letame,

in cui riviva la sementa santa di que' Roman che vi rimaser quando fu fatto il nido di malizia tanta .

Se fosse tutto pieno il mio dimando , rispuos'io lui, voi non sareste ancora de l'umana natura posto in bando;

che' 'n la mente m'e` fitta, e or m'accora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m'insegnavate come l'uom s'etterna: e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo convien che ne la mia lingua si scerna.

Cio` che narrate di mio corso scrivo, e serbolo a chiosar con altro testo a donna che sapra`, s'a lei arrivo.

Tanto vogl'io che vi sia manifesto, pur che mia coscienza non mi garra, che a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non e` nuova a li orecchi miei tal arra: pero` giri Fortuna la sua rota come le piace, e 'l villan la sua marra .

Lo mio maestro allora in su la gota destra si volse in dietro, e riguardommi; poi disse: Bene ascolta chi la nota .

Ne' per tanto di men parlando vommi con ser Brunetto, e dimando chi sono li suoi compagni piu` noti e piu` sommi.

Ed elli a me: Saper d'alcuno e` buono; de li altri fia laudabile tacerci, che' 'l tempo saria corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci e litterati grandi e di gran fama, d'un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama, e Francesco d'Accorso anche; e vedervi, s'avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de' servi fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione, dove lascio` li mal protesi nervi.

Di piu` direi; ma 'l venire e 'l sermone piu` lungo esser non puo`, pero` ch'i' veggio la` surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio. Sieti raccomandato il mio Tesoro nel qual io vivo ancora, e piu` non cheggio .

Poi si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Inferno: Canto XVI

Gia` era in loco onde s'udia 'l rimbombo de l'acqua che cadea ne l'altro giro, simile a quel che l'arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro, correndo, d'una torma che passava sotto la pioggia de l'aspro martiro.

Venian ver noi, e ciascuna gridava: Sostati tu ch'a l'abito ne sembri esser alcun di nostra terra prava .

Ahime`, che piaghe vidi ne' lor membri ricenti e vecchie, da le fiamme incese! Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s'attese; volse 'l viso ver me, e: Or aspetta , disse a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta la natura del loco, i' dicerei che meglio stesse a te che a lor la fretta .

Ricominciar, come noi restammo, ei l'antico verso; e quando a noi fuor giunti, fenno una rota di se' tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti, avvisando lor presa e lor vantaggio, prima che sien tra lor battuti e punti,

cosi` rotando, ciascuno il visaggio drizzava a me, si` che 'n contraro il collo faceva ai pie` continuo viaggio.

La Divina Commedia: Inferno Page 21

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