Lo pianto stesso li` pianger non lascia, e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo, si volge in entro a far crescer l'ambascia;

che' le lagrime prime fanno groppo, e si` come visiere di cristallo, riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, si` come d'un callo, per la freddura ciascun sentimento cessato avesse del mio viso stallo,

gia` mi parea sentire alquanto vento: per ch'io: Maestro mio, questo chi move? non e` qua giu` ogne vapore spento? .

Ond'elli a me: Avaccio sarai dove di cio` ti fara` l'occhio la risposta, veggendo la cagion che 'l fiato piove .

E un de' tristi de la fredda crosta grido` a noi: O anime crudeli, tanto che data v'e` l'ultima posta,

levatemi dal viso i duri veli, si` ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna, un poco, pria che 'l pianto si raggeli .

Per ch'io a lui: Se vuo' ch'i' ti sovvegna, dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo, al fondo de la ghiaccia ir mi convegna .

Rispuose adunque: I' son frate Alberigo; i' son quel da le frutta del mal orto, che qui riprendo dattero per figo .

Oh! , diss'io lui, or se' tu ancor morto? . Ed elli a me: Come 'l mio corpo stea nel mondo su`, nulla scienza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea, che spesse volte l'anima ci cade innanzi ch'Atropos mossa le dea.

E perche' tu piu` volentier mi rade le 'nvetriate lagrime dal volto, sappie che, tosto che l'anima trade

come fec'io, il corpo suo l'e` tolto da un demonio, che poscia il governa mentre che 'l tempo suo tutto sia volto.

Ella ruina in si` fatta cisterna; e forse pare ancor lo corpo suso de l'ombra che di qua dietro mi verna.

Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso: elli e` ser Branca Doria, e son piu` anni poscia passati ch'el fu si` racchiuso .

Io credo , diss'io lui, che tu m'inganni; che' Branca Doria non mori` unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni .

Nel fosso su` , diss'el, de' Malebranche, la` dove bolle la tenace pece, non era ancor giunto Michel Zanche,

che questi lascio` il diavolo in sua vece nel corpo suo, ed un suo prossimano che 'l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano; aprimi li occhi . E io non gliel'apersi; e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi d'ogne costume e pien d'ogne magagna, perche' non siete voi del mondo spersi?

Che' col peggiore spirto di Romagna trovai di voi un tal, che per sua opra in anima in Cocito gia` si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Inferno: Canto XXXIV

Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; pero` dinanzi mira , disse 'l maestro mio se tu 'l discerni .

Come quando una grossa nebbia spira, o quando l'emisperio nostro annotta, par di lungi un molin che 'l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta; poi per lo vento mi ristrinsi retro al duca mio; che' non li` era altra grotta.

Gia` era, e con paura il metto in metro, la` dove l'ombre tutte eran coperte, e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte, quella col capo e quella con le piante; altra, com'arco, il volto a' pie` rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante, ch'al mio maestro piacque di mostrarmi la creatura ch'ebbe il bel sembiante,

d'innanzi mi si tolse e fe' restarmi, Ecco Dite , dicendo, ed ecco il loco ove convien che di fortezza t'armi .

Com'io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo, pero` ch'ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori' e non rimasi vivo: pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno, qual io divenni, d'uno e d'altro privo.

Lo 'mperador del doloroso regno da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia; e piu` con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia: vedi oggimai quant'esser dee quel tutto ch'a cosi` fatta parte si confaccia.

S'el fu si` bel com'elli e` ora brutto, e contra 'l suo fattore alzo` le ciglia, ben dee da lui proceder ogne lutto.

La Divina Commedia: Inferno Page 46

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